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INUIT

Lo spunto per una ricerca sul popolo degli Inuit (comunemente detti Eschimesi) nasce dal ritrovamento di una vecchia relazione sugli archi eschimesi, costruiti con il metodo abete rosso (spruce) e tendine di animali (sinew).
Il metodo di costruzione è molto semplice: basta un pezzo di legno qualsiasi; per il tendine non resta che andare dal macellaio, e tutto si risolve con un po' di lavoro e poca spesa.
Il primo problema, per facilitarsi il compito dopo, è tradurre detta relazione da un inglese non moderno all'italiano, e qui iniziano le prime difficoltà, in quanto, anche con l'aiuto di esperti, alcuni concetti tecnici non sono di facile comprensione; ma l'entusiasmo non manca e si va avanti.
Mentre si è impegnati nella traduzione, nasce un sospetto feroce, e s'incomincia a sentirsi a disagio: ma gli Inuit dove potevano prendere il legno, vivendo nella tundra o al limite della banchisa polare? E l'idea che molti secoli fa potessero servirsi del macellaio per il tendine è assolutamente idiota.
A questo punto, s'incomincia a leggere e a ricercare sull'argomento per saperne di più, e si scopre che l'unico legno di cui potevano disporre era quello di deriva portato dal mare, e che i tendini venivano ricavati dal caribù o dalle foche, unica loro fonte di alimentazione e di sopravvivenza.
Forse il loro primo arco era stato fatto con corna del caribù, ma inizialmente non si era dimostrato molto funzionale e per secoli, o per millenni, gli Inuit si sforzarono di migliorarlo.
Ad un certo punto ci s'accorge che l'arco non interessa neanche più tanto, mentre emergono altre curiosità: ma come hanno fatto questi benedetti Inuit a vivere e sopravvivere per tanto tempo a simili temperature, a simili latitudini (in quanto siamo ben oltre il Circolo Polare Artico) ed in un ambiente così ostico?
Si scopre innanzitutto che il nome della loro razza, formatasi più di diecimila anni fa, è Inuit, che vuol dire "Uomini", e che "Eschimesi" è un termine dispregiativo, dato loro da una tribù indiana confinante; la loro alimentazione è legata essenzialmente al caribù in estate, alle trote e salmoni in autunno ed alle foche in inverno.
Anche l'abbigliamento dipende da questi animali: il caribù li fornisce di leggere e calde pellicce invernali, mentre dalle foche derivano degli abiti sottili, ma impermeabili, ideali per luoghi molto umidi; tutti gli indumenti sono cuciti proprio con quel tendine che si credeva usato solo per gli archi.
S'impara poi che il compito di procurare il cibo per tutta la famiglia è demandato all'uomo, il cacciatore per eccellenza, ma che da solo non sopravviverebbe a lungo senza l'appoggio di una donna: moglie o madre, poiché costei è l'unica esperta nella macellazione degli animali, delle foche in particolare. Con grande abilità essa squarta, spella, divide la carne ed il grasso e utilizza tutto per le esigenze famigliari, quali abiti, calzature, ecc.
È difficile digerire l'idea che si possa vivere felici dentro una casa in pietre e torba o in un igloo pressoché nudi, a qualche grado sotto zero, e che la vita vi si svolga intorno a una lampada alimentata dal grasso, che assolve la funzione di cucina, asciugatoio, fonte di luce e di calore. Si stenta a credere che un popolo che non conosce materiali ferrosi e basa la sua esistenza essenzialmente sull'osso e sul corno, possa con questi mezzi costruire utensili funzionali, barche e slitte di così squisita fattura, per non parlare del loro grande senso artistico.
Vivere isolati in piccoli gruppi non è certo agevole, e non è facile comprendere come la loro razza non si sia estinta e sia arrivata fino a noi; a volte hanno dovuto applicare un severo controllo demografico per mancanza di cibo, altre volte hanno dovuto aumentare il gruppo. Fa sorridere l'idea che spesso i cacciatori Inuit, specialmente durante l'inverno, si scambiavano fra di loro le mogli o che le offrivano all'ospite: non sarà mica dovuto al fatto che inconsapevolmente avevano messo in atto un meccanismo che salvaguardasse la razza dalla ridotta virilità e dalle numerose sterilità legate all'ambiente?
Con rincrescimento si apprende che è bastato un niente per por fine alla loro cultura millenaria: è arrivato l'uomo bianco, con i suoi missionari, con le malattie e con le armi da fuoco, e tutto è finito.
Gli Inuit hanno subito imparato ad usare queste ultime, ma altrettanto in fretta hanno dimenticato come costruire quelle tradizionali, legate alla cultura dei loro padri: di un popolo estremamente povero, ma felice, non restano che uomini senza identità e pieni di angosce.
E l'arco?
Quando si è capito chi lo utilizzava, a che cosa serviva e quanto sacrificio era necessario per procurarsi i materiali e costruirlo, la realizzazione non dovrebbe essere difficile: basta procurarsi un pezzo di abete, andare dal solito macellaio per il tendine e provare. Per quanto riguarda la tecnica... continua, come si suol dire, alla prossima puntata.