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Mulino natante fluviale

Nell'ambito della ricerca riguardante le macchine usate nel passato per produrre e trasformare l'energia, sono state prese in considerazione le metodologie usate dall'uomo in epoche che vanno dalla preistoria alla storia. Queste ci informano, là dove esistono i documenti, di una ricca produzione di ingegni più o meno complessi per produrre energia da sfruttare per gli usi più diversi: sollevamento dell'acqua per irrigare, funzionamento di officine per produzioni metallurgiche, ingegni per usi minerari e mulini; l'energia ottenuta con il moto rotatorio fornisce il modo di far funzionare diversi congegni.
Il mulino come ingegneria motrice diventa basilare per ogni impostazione artigiana o pseudo industriale per produrre beni. L'energia di tipo reversibile e cioè naturale per il suo funzionamento è solitamente ricavata dal vento o dall'acqua. La ricerca qui esposta riguarda l'uso dell'energia idraulica e più precisamente energia fornita senza necessariamente intervenire sul normale andamento delle acque fluviali (Foto 1), come nel caso dei mulini costruiti in posizione fissa (cioè sulle sponde dei fiumi o dei torrenti) dove si interviene con opere di muratura e canalizzazione (canali, balere, etc.).
I mulini natanti sono strutture relativamente semplici che, ancorate e fermate con opportuni ormeggi (Foto 2), sfruttano l'acqua in movimento naturale. Nel caso specifico i ricercatori LIAST hanno voluto verificare il funzionamento e le difficoltà a cui questi mulini erano sottoposti. Costruendo il modello qui presentato in scala 1:10 sono stati ottenuti dati riguardanti il galleggiamento, il funzionamento idrostatico dei galleggianti su cui è costruito e sistemato il complesso girante e ingranaggi del mulino.
Per quanto riguarda la costruzione del modello è stata presa in considerazione la conformazione dei mulini natanti presenti sul nostro territorio nazionale dal medioevo fino alla fine del XIX secolo nelle regioni dove il Po e i suoi affluenti maggiori scorrono con portata regolare e abbondante attraversando zone dove i mulini sono importanti principalmente per il trattamento dei prodotti dell'agricoltura: la zona che va dalla Provincia di Mantova fino al delta del Po. Si sa comunque da documenti che risalgono al medioevo, che questi mulini erano presenti sul corso del fiume Po fino a monte della città di Torino.
L'impianto ipotizzato è costituito da due galleggianti (scafi) di diversa dimensione in larghezza mentre sono uguali in lunghezza (Foto 2), sul galleggiante più largo è sistemato tutto il gruppo ingranaggi-macina (Foto 4 - Foto 7), protetto da un casotto adibito anche ad abitazione (Foto 3). I due scafi sono tenuti assieme e allineati da due ponteggi che ne stabiliscono la larghezza complessiva tenendo conto del dimensionamento della girante (diametro-lunghezza) (Foto 5). La dissimmetria degli scafi è simile a quella del "sandon": mulino galleggiante tipico del mantovano; comunque questa conformazione non è pregiudizievole per la stabilità considerato il diverso pescaggio degli scafi. Si sa che nel medioevo, nel rinascimento e nel XVIII secolo esistevano mulini natanti a un solo scafo con due giranti poste sui fianchi e mulini a tre scafi con le giranti ai lati dello scafo centrale supportate sui due scafi esterni.
Il modello riproduce girante e ingegni costruiti usando il legno come principale materia prima (Foto 6), pur sapendo che anche in epoca medioevale qualche ingegno era costruito con ingranaggi a struttura metallica, come anche gli assi di trasmissione del moto; anche in seguito, fino a epoche recenti, gli ingranaggi dei mulini sia natanti che fissi erano costruiti con sistema ibrido ferro-legno.
Sono in corso di valutazione altri problemi legati al funzionamento dei mulini natanti di cui si darà comunicazione. Il LIAST comunque accetta volentieri consigli, critiche e principalmente documenti che riguardino il problema.